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Aggiornamento 21-ott-2018

EUTROPIA di Italo Calvino. Entrato nel territorio di Eutropia, il viaggiatore vede non una città ma molte, di eguale grandezza e non dissimili tra loro. Eutropia è non una ma tutte queste città insieme; una sola è abitata, le altre vuote. Quando gli abitanti si sentono assalire dalla stanchezza e nessuno sopporta più mestiere, parenti, gente da salutare etc. allora tutta la cittadinanza decide di spostarsi nella città vicina dove ognuno prenderà un altro mestiere, un'altra moglie e vedrà un altro paesaggio aprendo la finestra. Così la loro vita si rinnova. Sola tra tutte le città dell'impero, Eutropia permane identica a se stessa. Mercurio, dio dei volubili, al quale la città è sacra, fece questo ambiguo miracolo.

NEWS

 

20 giugno 2018

Urban center di Bari. Seminario pubblico in onore di Carlo Donolo

Capacità e beni comuni nello spazio pubblico. Le istituzioni nel processo sociale: organizzazioni o “mondi vitali”?

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14 maggio 2018

 

Convegno Felicità Pubblica. Attualità del pensiero critico di Carlo Donolo.

Fondazione Basso, Via Della Dogana 5, Roma

 

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10 maggio 2018

Sulla capacità prospettica di Carlo Donolo. Per proseguire nel suo solco

Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Sala Polifunzionale, 1° piano

Giornata di studi in onore di Carlo Donolo

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23 aprile 2018

 Affari pubblici. Benessere individuale e felicità pubblica

Università di Roma La Sapienza, via Salaria 113

Seminario in onore di Carlo Donolo

 

 

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9 aprile 2018

Il Dipartimento di Scienze Politiche organizza la presentazione del libro postumo di Carlo Donolo dal titolo:

Affari Pubblici. Benessere individuale e felicità pubblica

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2 novembre 2017. In una doppia riunione conclusa in data di oggi, iniziata in data 12 ottobre,   il Consiglio Direttivo approva la proposta del Presidente per una nuova formulazione dell'Art. 4 dello statuto di Eutropia Onlus che ne esplicita le finalità programmatiche > vai ad eventi

 

4 luglio 2017.    Si è riunita l’Assemblea dei soci dell’Eutropia ONLUS presso la sede sociale. L’Assemblea,  nomina, all’unanimità dei presenti,  i nuovi membri del Consiglio Direttivo > vai ad eventi

 

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Ricordate? l'Africa

di Alex Zanotelli, 17 luglio 2018

 

Volentieri pubblichiamo l'appello di Alex Zanotelli del quale condividiamo tutto. Ci sia solo permesso di ricordare che tra i problemi da ricordare per l'Africa c'è quello demografico, che trova sempre scarsa eco nelle prese di posizione di parte cattolica,  che è invece un vero incubo, come potete vedere qui sotto nelle proiezioni della popolazione africana prodotte dalle Nazioni Unite a fronte di una popolazione mondiale che a fine secolo dovrebbe smettere di crescere.

Alessandro Zanotelli  è un  missionario italiano, facente parte della comunità dei Comboniani di Verona.Attualmente vive nel quartiere Sanità di Napoli, uno dei simboli del degrado sociale, ma anche della possibilità di rinascita, del nostro Paese.

"Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo come missionario uso la penna (anch’io appartengo alla vostra categoria) per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani. Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale. So che i mass-media, purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo.

Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa. (Sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo)
È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa), ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.

È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.

È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.

È inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.

È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.

È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.

È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.

È inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa, soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.

È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia, Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’Onu.

È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.

È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!!).

Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi. Questo crea la paranoia dell’invasione, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi. Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’Africa Compact , contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti Ma i disperati della storia nessuno li fermerà. Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al Sistema economico-finanziario. L’Onu si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano, dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’Eni a Finmeccanica. E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti.

Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?). Per questo vi prego di rompere questo silenzio- stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Vigilanza sulla Rai e alle grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti? Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un‘altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi.

Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa".
 

 

Incubi e sogni capaci, forse, di turbare il sonno della ragione

Sognare il buon governo è ancora possibile?

 di Pier Carlo Palermo, Milano, 10 maggio 2018

 

I tempi oscuri sono spesso popolati da incubi, che possono nascere direttamente dalle criticità delle situazioni reali, ma anche essere la conseguenza delle speranze deluse di qualche progetto di rigenerazione, che è rimasto incompiuto o ha provocato effetti perversi. Non mancano neppure le aspirazioni a “fare luce”, che possono assumere la forma del sogno: come presa di distanza da una realtà deludente, ma anche anticipazione di un futuro diverso, forse utopico, forse possibile. Viviamo forse, di nuovo, in tempi oscuri? Potremmo osservare, con Benjamin (1986), che ogni società ha la sensazione di trovarsi, nel suo tempo, al centro di una crisi decisiva (in questo senso, “ogni epoca si può sentire a suo modo moderna”). Certo, il nuovo millennio è costellato da nuovi e gravi incubi, a prima vista spesso inattesi (ma anche la Belle Epoque, un secolo prima, non si aspettava gli orrori del ‘900); mentre la produzione di sogni sembra assai più debole e incerta rispetto alle tradizioni dei Lumi, utopiche o riformiste. Tuttavia, saremmo ancora lontani, per ora e per fortuna, dai tempi oscuri dei totalitarismi che hanno ispirato le riflessioni di Hannah Arendt (Men in Dark Times, 1968)? Io credo che un’associazione tra le due fasi sia giustificata sulla base di un carattere comune. Arendt ci spiega che è oscuro un periodo storico nel quale entrano in crisi, al tempo stesso, la sfera pubblica e le virtù repubblicane dei soggetti. Rigenerare uno spazio di discussione aperta e di senso condiviso è tanto importante quanto poter contare su soggetti che pratichino amor mundi, responsabilità civica, spirito critico e solidarietà sociale. Solo in questa prospettiva incubi e sogni possono mettere in crisi il “sonno della ragione” (dove il motto, abusato, di Francisco Goya è rivisto in una sequenza rovesciata: il punto non è che la ragione dormiente possa generare mostri, ma la possibilità di “fare nuova luce” anche grazie a incubi e sogni). E’ questa la prospettiva secondo la quale mi piace ripensare insieme due opere di Carlo Donolo (nell'immagine): l’immagine inquietante di Italia sperduta, il Sogno del buon governo, già pubblicato nel 1992, ma riedito, con integrazioni nel 2011. Due immagini a contrasto, se pur temporalmente allineate, che conservano una piena attualità a distanza di quasi un decennio. Se gli stessi incubi sono ancora incombenti, e forse più gravi, sognare il buon governo è ancora possibile, e come?

Articolo presentato a Milano alla Giornata di studi in onore di Carlo Donolo il 10 maggio 2018  (> leggi l'articolo completo).

 

Applicare il progetto urbano

Le Vele di Napoli e Tor Bella Monaca a Roma

di Alberto Clementi, 2018

 

 

A Scampia fa un po’ sorridere l’ipotesi della rigenerazione per “riammagliatura morfologica dell’esistente” perorata autorevolmente da Renzo Piano, e fatta propria immediatamente da una classe politica singolarmente ignorante delle questioni urbane, dal governo Monti in giù. No, le soluzioni in discussione sono assai più complesse e radicali. Mettono in gioco in primo luogo i precari processi sociali di una comunità lacerata e finora abbandonata dalle istituzioni, come vera chiave di volta delle nuove politiche pubbliche di risanamento dell’esistente, non foss’altro che per riparare ai torti di un’architettura del passato sorda ai valori della socialità perché troppo immersa nei propri esperimenti d’innovazione tipologica “collettivistica” alla grande scala ...

E’ proprio l’inconsistenza del Progetto urbano che allarma chi sostiene la necessità di un progetto strategico di valenza urbana per ripensare l’avvenire del quartiere Scampia; e che ben sapendo quanto sia imprevedibile e aleatorio il futuro, sia disposto a concepire il progetto come strategia flessibile ed evolutiva, da aggiustare strada facendo, ma avendo almeno prefigurato un traguardo condivisibile nella fase di avvio. Non quindi un disegno di forme compiute, ma piuttosto un processo di trasformazione “capacitante”, perché aperto alla partecipazione attiva della popolazione locale, chiamata a controbilanciare dialetticamente il peso di altri interessi che potrebbero agire su un’area restituita parzialmente al mercato. Un processo dentro il quale siano fissate preventivamente alcune chiodature fisico-funzionali nel segno della qualità architettonica e sociale, lasciando comunque il campo necessario alla evoluzione delle dinamiche autopoietiche portate dalla cittadinanza e al tempo stesso al coinvolgimento di attori sovra-locali interessati a portare occasioni concrete di sviluppo locale sostenibile.

Parliamo in definitiva di un Progetto urbano che sappia prefigurare e mettere in opera processi adattivi mirati a migliorare la capacità della popolazione locale di promuovere (prevalentemente dal basso) i mutamenti di contesto attesi, stimolando la consapevolezza critica della propria condizione urbana che favorisce la compartecipazione attiva alla costruzione dei progetti. Questo Progetto urbano ... deve naturalmente essere messo alla prova della reale volontà di emancipazione della popolazione locale, e della sua capacità di ribellarsi ai poteri criminali consolidati ...

Il programma di demolizione del malfamato quartiere romano di Tor Bella Monaca promosso nel 2010 dall’allora sindaco di Roma Alemanno prevedeva l’abbattimento delle costruzioni di edilizia economica e popolare esistenti, talvolta anche assai pregevoli, per sostituirle con tipologie edilizie analoghe a quelle della periferia abusiva che circonda il quartiere pubblico. Una strategia d’intervento palesemente inaccettabile, che salda l’ideologia regressiva dell’abitare nel suburbano con i concreti interessi politici di chi era stato eletto con i voti delle borgate abusive, soppiantando il tradizionale radicamento locale della sinistra. Ebbene, nel caso di Tor Bella Monaca diverse scuole di architettura italiane si sono ribellate a questa prospettiva regressiva, e hanno dato vita a un workshop progettuale itinerante per la esplorazione di alternative più condivisibili e culturalmente qualificate che testimonia di un ruolo rilevante per l’università, una volta che venga riconosciuta come istituzione “terza”, a garanzia di interessi pubblici più complessivi rispetto a quelli direttamente in gioco  (> leggi tutto).

 

Ripartire dalle periferie  di Giuliano Acquaviva, 2018

 

Abito in una città, Bari, che ha visto, negli ultimi decenni, una grande corsa alla messa a nuovo, manutenzione, opere ordinarie e straordinarie di intervento nel suo “salotto buono”, il Borgo  Murattiano (il “centro della città) e la Città vecchia.

Quest’ultima, in particolare, se tanti anni fa veniva un po’ considerata una specie di ghetto, una zona off limits in cui turisti ed ignari cittadini evitavano, o erano diffidati dall’addentrarsi, pena il rischio di cadere vittime di furti, scippi e rapine.

Negli anni le cose sono cambiate; gli ex sindaci Simeone Di Cagno Abbrescia prima (quota Centro-Destra) e Michele Emiliano poi (quota Centro-Sinistra) hanno portato avanti politiche di grande riqualificazione del borgo antico della città, che in pochi anni, con l’apertura di numerosi bar e locali aperti ai giovani, nonché di iniziative ed eventi culturali, è diventato cuore pulsante della “movida” del sabato sera, meta di incontro e di ritrovo per comitive di tutte le età e provenienze, che affollano, soprattutto nei weekend e nelle giornate primaverili ed estive, la grande Piazza del Ferrarese, la contigua Piazza Mercantile e i vicoli limitrofi.

Negli ultimi anni gli interventi si sono estesi anche le strade del Centro murattiano: con la pedonalizzazione di Via Argiro, l’apertura di nuovi negozi (il grande megastore della Feltrinelli, la “nuova” libreria Laterza, i negozi dei marchi di Gucci e di Prada in Via Sparano) e la riqualificazione appunto di Via Sparano, la via principale dello shopping cittadino, ancora in fase di ultimazione. Da Bari Vecchia alle principali vie del Centro, al Lungomare giù giù fino alle spiagge di “Pane e Pomodoro” e di “Torre Quetta”, insomma, le zone più pittoresche e monumentali della città sono diventate una meta molto ambita dai più. (> leggi tutto)

 

 

CONGEDO di Pier Carlo Palermo, 2018

 

Carlo Donolo, autore e persona che ho molto amato, ci ha lasciato visioni e riflessioni di grande interesse: sensibili, perspicaci, lungimiranti. In alcuni fra gli scritti più recenti, mi ha colpito un motivo ricorrente: le conclusioni prendono sempre, letteralmente, la forma del congedo. La scelta poteva alludere, forse, al senso del naturale compimento di un percorso individuale. Nello stesso tempo, però, diventa il segno di un’apertura generosa e attiva verso il futuro. Donolo indica una via, con la fiducia che - prima o poi – il cammino potrà essere condiviso da altri, per procedere oltre (con le parole di Kafka: “le vie nascono dal percorrerle”). Perché questa è la terra che abitiamo e continueremo ad abitare: prenderne cura è necessario. Così scriveva a proposito del Meridione nel commiato del 1999. Sono certo che la considerazione vale, per l’autore, per tutto il paese o meglio per il nostro mondo. (> leggi tutto)

 

 

INGOVERNABILITà di Carlo Donolo, 2016

 

Di ingovernabilità si parla da qualche anno con soddisfazione di tutti: a sinistra qualche critico più ortodosso del capitalismo vi scorge il maturare delle insanabili contraddizioni di questa formazione sociale; al centro e al centro-destra vi si guarda con preoccupazione e con nostalgia per un mitico ordine spontaneo esistente nel passato. In ogni caso, è un tema che permette una straordinaria miscela di pessimismo da tramonto dell’Occidente e di ottimismo tecnocratico. Tutti gli osservatori della società contemporanea concordano sull’esistenza di una crisi di governabilità; tutti divergono sulle possibili terapie. Di queste però esiste ormai un intero arsenale (o dovremmo dire: museo). Ciascuna contiene qualche elemento di verità e di praticabilità, quasi tutte sono irrealistiche.

C’è chi punta alla fuoriuscita dal “sistema”, c’è chi punta a rivitalizzare vecchi meccanismi, c’è chi si limita a puntare i piedi e a difendere il minimo vitale di governabilità oggi. Se quasi tutte falliscono o non possono neppure essere messe in opera, non per questo i tentativi, gli errori e la crescente consapevolezza delle difficoltà restano senza conseguenze. Nel mentre si discute e si applica qualche terapia, la società muta velocemente per forza propria e sotto l’impatto dei mutamenti nel sistema mondiale dell’economia e della politica. Può anche succedere che se certi mutamenti vanno nel senso preconizzato da certe terapie, essi possano essere vantati come loro successo, anche se in realtà sono il risultato di causazioni molto più oscure e lontane. Alcuni dei mutamenti faranno sperare in una imminente fuoriuscita dal tunnel dell’ingovernabilità, altri inducono ad ipotizzare catastrofi ecologiche e antropologiche.

Non pochi sono indotti a ritenere che un mondo dominato da un’ingovernabilità endemica e tendente al disastro (in un futuro indeterminato) sia ancora il migliore di mondi possibili rispetto a una crisi acuta immediata e alla irrealtà dei mondi alternativi. Questo clima psicologico e intellettuale in cui si discute di ingovernabilità va ricordato all’inizio dell’esposizione, perché è un sintomo dell’entità della posta in gioco sia oggettivamente per il futuro delle società industrialmente avanzate, sia soggettivamente dal punto di vista delle strategie degli attori sociali in conflitto (sulle scene nazionali e su quella internazionale). Sapendo questo, cerchiamo in questo lavoro di considerare con più sobrietà il tema dell’ingovernabilità. (> leggi tutto su Parole chiave n°56")

 

 

Lo sviluppo sostenibile di Toni Federico, 2016

 

La crisi economica ha modificato il pensiero sullo sviluppo sostenibile?

Non vi è dubbio che l’improvviso e sostanzialmente imprevisto collasso del sistema economico-finanziario abbia sostanzialmente mutato il corso degli eventi ed abbia influenzato profondamente il pensiero ecologico. Prima della crisi il ragionamento sulla sostenibilità sembrava aver raggiunto alcuni punti fermi. Il primo era sicuramente quello delle priorità con al primo posto il cambiamento climatico in un quadro di emissioni crescenti, al di sopra dei limiti del Protocollo di Kyoto, messo sostanzialmente in discussione dal default nordamericano. Il quarto rapporto dell’IPCC aveva assunto definitivamente il ruolo di blueprint tecnico del cambiamento climatico ed aveva definitivamente marginalizzato l’area dello scetticismo climatico. Importante era stata la fase della concessione del Premio Nobel al Panel e ad Al Gore, valoroso autore del bel film An Inconvenient Truth e per la verità di molte altre iniziative importanti a livello internazionale ed interno. Era stata votata la Roadmap di Bali, importante per il carico di attese che aveva innescato, almeno quanto perché con essa gli Stati Uniti erano rientrati nel discorso sul clima. Sir Nicholas Stern, per conto del governo inglese, impiegando larghe risorse per la ricerca, metteva in luce il costo dell’inazione, progressivamente superiore al costo delle politiche di controllo e di mitigazione.

Altrettanto grave la questione della povertà nel mondo, limite estremo e scandalosa vetrina dell’iniquità distributiva, indicata dall’Assemblea del Millennio come emergenza inaccettabile. Non sfuggiva però che la lotta alla povertà era in qualche modo il riconoscimento del fallimento di Rio, del programma del 7 permille, dell’idea che i paesi ricchi avrebbero trainato lo sviluppo dei paesi poveri sull’onda di una crescita economica che avrebbe dovuto essere la più alta della storia. Non sfuggiva a nessuno nemmeno la consapevolezza che la povertà dei molti era la garanzia per la crescita di pochi, né potrebbe essere diversamente in un equilibrio instabile caratterizzato da risorse scarse. Ma che c’entra una crescita isterica ed ineguale con lo sviluppo? Il terzo era il riconoscimento dell’esaurimento prossimo delle risorse fossili, l’accoglimento delle teorie di Hubbert, che, non dimentichiamolo, era un funzionario di una società petrolifera. L’esaurimento di gas naturale e petrolio venne fissato intorno al mezzo secolo o poco più. Non diversa la sorte dell’uranio. Solo il carbone, pesante di emissioni serra e di inquinamento locale, dava supporto per più di due secoli. Non si verificavano su queste previsioni significative divergenze.

Inoltre la pubblicazione del monumentale Millennium Ecosystem Assessment chiariva con una grande messe di dati lo stato del degrado degli ecosistemi naturali e la pericolosa perdita progressiva di quei servizi resi dalla natura all’uomo, tanto benefici quanto indispensabili, erogati illusoriamente a costo zero. (> leggi tutto)

 

 

LA QUESTIONE MERIDIONALE E LE SMART CITY di Carlo Donolo e Toni Federico, 2013

 

Smart city vuol dire Europa. L’Europa è oggi la sede di una crisi economica, politica ed ecologica difficile da decifrare ed ancor più difficile da risolvere. È molto probabile che siamo al centro di una trasformazione che avrà per esito quanto meno il passaggio ad oriente dei tradizionali ruoli guida dell’occidente. Ma due convinzioni restano incontrovertibili a dispetto di molte opinioni oggi dilaganti: che nessun paese europeo potrà da solo riprendere il ruolo internazionale ed i livelli di benessere desiderati e che, al netto di ogni pur giustificata critica, nel decennio trascorso l’Europa ha intrapreso una strada ambiziosa che ha per obiettivo lo sviluppo sostenibile e la lotta ai cambiamenti climatici e la pone ai vertici mondiali nel difficile confronto internazionale. L’effetto di trascinamento di questa scelta sui paesi come il nostro è ancora un patrimonio del quale non possiamo permetterci di fare a meno.

L’Europa sta tentando una strategia mista che ricerca tutte le possibili alleanze per un modello di sviluppo che garantisca la sostenibilità globale e conservi all’Europa gli attuali livelli di benessere e di qualità ambientale ma anche prospettive e ruoli quanto meno di comprimario nel prossimo futuro. Per questo il prezzo da pagare è il riordino interno e l’allineamento delle politiche di tutti i paesi europei a programmi comuni e condivisi di corretta gestione dell’economia, di inclusione sociale e di recupero delle criticità ambientali. Il percorso è duplice e prevede una serie crescente di obiettivi di sviluppo definiti per legge, essenzialmente la Strategia EU 2020 e lo schema cap&trade EU-ETS per la lotta ai cambiamenti climatici, l’adozione di standard industriali ambientali e normativi sicuramente di alto livello e la promozione di iniziative volontarie di largo respiro. Il ruolo delle città europee lungo questi assi programmatici è decisivo e crescente. Quello delle città italiane è in discussione.

Molti sono già stati i tentativi per il mainstreaming della sostenibilità e altrettanti probabilmente i fallimenti. Guardando ad Agenda 21, l’approccio nazionale è stato totalmente top-down e, al di la della sua inutilità,  non ha mai avuto la capacità di integrarsi con il movimento delle Agende 21 locali che negli stessi anni e con molto maggior successo si è sviluppato a livello locale in particolare in Italia.

È evidente la incompatibilità tra il modello europeo della democrazia rappresentativa e il modello della democrazia partecipativa delle Agende 21. Se queste, come è accaduto, non vengono trasformate in leggi, sono destinate a rimanere documenti di pura testimonianza. Oggi lo strumento è ormai logorato,  e le amministrazioni pubbliche per aprirsi ai principi della partecipazione non meramente consultativa hanno bisogno di altri stimoli e di smartness.

In Europa il problema si è posto sotto una forma diversa. Tutta la pianificazione strategica dei fondi strutturali si basa sull’assunto della pianificazione sostenibile. In assenza di una strumentazione adeguata le amministrazioni regionali e locali hanno dovuto fare da sé con risultati spesso insufficienti e i fondi sono andati in economia. Grandi risultati non sono venuti nemmeno dal recepimento delle norme della Valutazione ambientale strategica dei Piani e dei Programmi, pur riformate nel 2008 dallo sciagurato DL 152, e connesse a Piani nazionali e regionali per lo sviluppo sostenibile che sono rimasti in mente Dei.

Il passo avanti è effettivamente la Strategia EU 2020, che integra per obiettivi obbligatori le istanze economiche, sociali ed ambientali e  costituisce il nuovo paradigma per la pianificazione strategica dello sviluppo sostenibile in Europa. Ad essa si affiancano le iniziative volontarie delle città europee che hanno tradizioni storiche e cultura da vendere. Veri nuclei dell’organizzazione degli stati, è ragionevole che siano esse a porsi all’avanguardia dei processi di trasformazioni energetiche, climatiche, sociali ed ambientali tra i più delicati ed incerti della storia. Ne sono prototipi il Covenant of Majors, iniziativa autonoma dei comuni d’Europa in favore della mitigazione delle emissioni serra e le Smart City promosso dal programma strategico per le tecnologie energetiche SET-Plan.

Benché originata da tutt’altra esperienza, la Smart City europea sta evolvendo il mood delle Agende 21 locali in una strategia per obiettivi di molto maggior concretezza. Il minor accento che Smart City pone sulla fase della condivisione e della discussione rispetto alle Agende 21 è più che compensato dalla miglior finalizzazione delle azioni intraprese e dall’impegno diretto delle amministrazioni locali.  (> leggi tutto)

 

DEMOCRAZIA E SVILUPPO SOSTENIBILE di Carlo Donolo, 2010

Finora il futuro della democrazia e quello della sostenibilità hanno marciato per lo più separati, forse non del tutto nei fatti, ma certo nelle riflessioni pubbliche ed anche nelle analisi scientifiche. Si dà per scontato che la democrazia sia capace di trattare questioni di sostenibilità, e che la sostenibilità trovi il suo ambiente favorevole proprio in contesti democratici. Ci deve essere del vero, ma le cose non sono così semplici come vorremmo. Ma qui ci poniamo specialmente il problema di come le democrazia radicate a scala nazionale si comportano a fronte della crisi ambientale e dei dilemmi della sostenibilità. La sostenibilità diventa il test decisivo della capacità di governo democratico dei processi. La democrazia come regime politico ha mutuato dall'economia, da cui sostanzialmente dipende, i tempi brevi della valorizzazione. In economia il tasso di sconto sul futuro è molto alto, ovvero gli interessi generati in futuro valgono molto meno di quelli prossimi. La politica è diventata subalterna al punto da accogliere lo stesso criterio. Ma la sostenibilità è questione appunto di assegnare agli stati futuri del mondo valori alti e non bassi. Nelle costituzioni tutto ciò viene detto. Le pratiche democratiche non seguono. La sostenibilità non è il tema tra gli altri, che si aggiunge alla lista degli interessi da servire, ma è il tema che definisce gli altri. Nel contesto del climate change questo sta diventando una verità insieme drammatica e lapalissiana.

I beni comuni globali poi come res nullius sono stati assoggettati a una persecuzione feroce (emblematico il caso dei cetacei, ma oggi ancor più il caso delle foreste pluviali o delle zone umide). Si pone allora una questione impolitica: come devono essere rappresentati questi beni in un processo rappresentativo? Qui la democrazia attuale mostra tutti i suoi limiti. I beni comuni sono presenti nel processo rappresentativo tramite le menti umane che li collocano nel frame dei loro interessi ed identità. La politica lavora su questi ultimi e intravvede i beni comuni solo occasionalmente: se c'è tempo e denaro avanzato, se pensare ai beni comuni non danneggia interessi o identità. Ma nulla può frenare il corso aggressivo della mercificazione, appropriazione e monetarizzazione. Tanto meno lo vogliono in fondo i governi democratici che devono far quadrare i bilanci. E tuttavia, la questione è posta. Si deve trovare una modalità non riduttiva di rappresentazione-rappresentanza dei beni comuni (qui li prendo a epitome della questione ambientale e della sostenibilità) nei “parlamenti” democratici.

Non solo questi universi di beni comuni non sono attualmente rappresentati – se non blandamente e compatibilmente con molte altre cose meno importanti ma più urgenti – ma si consideri che, come è noto, la democrazia fa fatica a rappresentare le future generazioni. Questo tema è fondante per la nozione di sostenibilità, ma è stato anche ben approfondito in filosofia morale, diritto costituzionale e teoria sociale. Solo la sostenibilità a partire da oggi può garantire questo contesto decisionale aperto. Altrimenti quando diciamo che quegli interessi non sono conoscibili e quindi non rappresentabili nel processo democratico dobbiamo dire che non vogliamo garantire alle future generazioni neppure le misere chance che abbiamo avuto noi.

Inoltre il ciclo politico è condizionato da quello economico, e quindi per le riforme bisogna aspettare il momento fortunato, alquanto raro, di una felice congiunzione dei due cicli. Sembra però che in futuro ciò sia difficile da ripetere come nei 30 gloriosi. Si potrebbe rovesciare allora la saggezza corrente ed assumere invece le situazioni di crisi come opportunità di innovazione qualche paese lo fa (magari la Cina stessa). La politica dovrebbe cominciare a sospettare che il vecchio adagio va rovesciato: non “con la crescita del PIL ci saranno le risorse per sistemare tutti i guai”, ma viceversa che “se non inizi a sistemare ora i guai non potrai avere più nessuna crescita del PIL”.

La green economy è una modalità di fare business con la sostenibilità e precisamente con l'offerta di soluzioni che: riducono gli impatti, il consumo di materie prime ed energia, riducono i costi di trasporto, l'ingombro degli imballaggi, con tecnologie e processi che permettano se non di chiudere i cerchi almeno di abbattere di un ordine di grandezza le quantità degli inquinanti e degli impatti aggregati. Questa è una via maestra – nel contesto di economie avanzate e di democrazie pluraliste – e dovrebbe funzionare.  Una parte del made in Italy e delle distrettualità può ben riciclarsi su questo terreno e in parte lo sta facendo, malgrado o grazie alla crisi.

rendiamo di petto una questione spinosa e ricca di equivoci pericolosi. Quale il ruolo dei regimi democratici nella transizione green e specificamente nel contrasto alle crisi ambientale e climatica? La democrazia ce la può fare a governare questi passaggi, le relative emergenze, a preservare le future generazioni, a rendersi sostenibile? Sappiamo che in questa fase di metamorfosi del capitalismo tra globalizzazione, finanziarizzazione e mercificazione totalizzante la democrazia è entrata in una delle sue crisi storiche più problematiche. Nel senso che ha dovuto cedere di fronte alla potenza fattuale del capitale e dei suoi imperativi. Molte acquisizioni del II dopoguerra stanno evaporando, tra diritti del lavoro, crescenti diseguaglianze, e atrofia della funzione pubblica. Anche lo stato di diritto sta subendo seri colpi, per lo spostamento della sovranità oltre i confini nazionali e sopratutto per il prevalere di regolazioni mercatorie rispetto a quelle fondate sulle costituzioni repubblicane. Dobbiamo preoccuparci per questi sviluppi, al momento dominanti e difficilmente contrastabili? Come potrà una democrazia impoverita e ampiamente manipolata reggere al confronto con grandi questioni nazionali e continentali e globali che tutte insieme presentano i loro conti? Il tutto in un contesto in cui ci sono populismi rampanti, radicale affievolimento di ogni istanza riformista di radice socialdemocratica, estremo impoverimenti del lessico politico e delle ragioni ammesse nella sfera pubblica, e in cui - come da tempo è stato notato - la politica appare decisamente subalterna alle ragioni dell'economia. Per paesi come l'Italia è chiaro che l'unificazione europea rispondeva anche al bisogno di costruzione e manutenzione di un modello sociale in cui la coesione e i processi capacitanti avessero un certo peso. Da tempo però, e almeno dal “governo” Barroso, anche l'UE si è adeguata ai parametri imposti dall'economicismo finanziario più spietato, come si è visto in modo esemplare nel trattamento inflitto alla Grecia.

Molti segnali inducono a pensare che la crisi della democrazia non consista tanto nel suo impoverimento come regime parlamentare e rappresentativo (data la supremazia quasi incontestata di componenti oligocratiche, plutocratiche e tecnocratiche), quanto nella sua fragilità o vulnerabilità di fronte alle sfide dell'epoca. In parte del resto la stessa forza acquisita da fattori non democratici (il mercato, il denaro, la tecnica ed altro ancora) registra già una forma implicita di supplenza alla democrazia: la dove essa non è in grado di governare processi (veloci, complessi, pluriscalari), subentrano “naturalmente” altre forze, più adatte a dirigerli. Siamo già abbastanza avanti in questo de-potenziamento democratico e del resto analisti ed osservatori convergono su queste preoccupazioni e su queste critiche. Tutto questo appare in contraddizione con quanto predicato formalmente dalle grandi istituzioni globali tra FMI e BM, e a altre agenzie NU, che nei loro documenti danno per acquisito che si può avere sviluppo solo se equo e sostenibile, e solo sul fondamento di solide istituzioni democratiche e dentro le regole dello stato di diritto. I fatti mostrano che la realtà è ben più variegata, anche solo pensando al caso cinese, che poi è quello dirimente. E inoltre anche il riferimento crescente (OCSE per esempio) a sostenibilità, equità e coesione, e infine a libertà come capacitazioni (A. Sen) sembra quasi un richiamo ai processi reali perché non dimentichino il proprio fondamento liberale.

Dobbiamo dare per verosimile il fatto che il capitalismo sia anche in grado di assorbire queste istanze, sotto molti aspetti più esigenti di quelle precedenti, evolvendo in varie dimensioni e riciclando anche le esigenze apparentemente più critiche, come quelle della sostenibilità. Viceversa non sappiamo come si comporterà la democrazia. Non dobbiamo farci oscurare la vista dalle tendenze attuali in cui la subalternità della democrazia e la sua funzionalità nelle forme attuali perfino alle forme più violente ed esasperate accumulazione globale sono così evidenti.

Ci interroghiamo sulla sostenibilità democratica. Cioè se la democrazia sia capace di governare la transizione ecologica (un lungo passaggio storico caratterizzato dal diventare più sostenibile di ogni processo, ed insieme da una strategia di adattamento e contenimento dei rischi da mutamento climatico), e se lo stesso regime democratico debba intendersi come un sistema sostenibile (nel tempo ed ora anche nello spazio): s'intende con tutta la varianza macroregionale possibile, pensando alle grandi culture “universali” indiane o cinesi o islamiche. Si tratta di due questioni distinte ma correlate: solo se la democrazia è regime sostenibile può affrontare le questioni critiche della sostenibilità. Naturalmente non blocchiamoci su esigenze apodittiche, inutili e perverse in queste materie. Enunciamo qui solo gli statement basilari, rinviando ad altro intervento i necessari approfondimenti e qualificazioni.

La democrazia è un regime politico che esige la progressiva democratizzazione di tutti gli ambiti di vita nella società. Ciò viene ottenuto con progressive capacitazioni delle sue componenti e dei suoi membri visti come cittadini attivi. Tutto ciò è già indicato anche nei primi articoli della nostra Costituzione. La democrazia è un regime di apprendimento di preferenze progressivamente “migliori”in un qualche senso ragionevole del termine. E perciò la democrazia è un regime che tende all'autoriforma, alla costante miglioria delle proprie istituzioni (come delle culture politiche, della cultura civica, dei diritti fondamentali). Sotto questo profilo la democrazia è l'unico regime in grado di affrontare questioni complesse come la crisi ambientale. Regimi autoritari o autocratici, per converso, che possono localmente esser funzionali anche al capitalismo, non sono in grado di fare fronte a sfide che richiedono mobilitazione di risorse cognitive e civiche notevoli. Ma nelle condizioni attuali la democrazia si sta allontanando dal suo profilo ideale (che qui vuol dire: normativo e costituzionale) e quindi quelle sue inerenti capacità in realtà risultano molto più modeste. E per contro in Cina un regime decisamente autoritario, anche se di fatto non più totalitario, è in grado di ante vedere molti sviluppi e di pianificarne con efficacia i percorsi, anche verso una maggiore sostenibilità (Stern, Piketty). Si vede che il giudizio deve essere molto più articolato. Ma intanto ne deriva che per poter affrontare seriamente la transizione abbiamo bisogno di una democrazia un po' più seria e più “sostenibile” di quella corrente. Potremo anche dire, se non appare troppo estremo, che la democrazia va rivitalizzata anche e soprattutto per questo scopo, se i rischi di questa epoca vanno presi sul serio. (> Leggi e scarica l'articolo per "Parole Chiave")

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EDITORIALE

L’Europa di Ventotene

di Mauro Covacich

 Corsera, 30 giugno 2018

Essere altruisti richiede un passaggio mentale complicato che nessuno è più disposto a sostenere, essere egoisti invece viene naturale, è facile e non costa nulla. Per aiutare il prossimo occorre credere in un progetto comune, condividere un ideale.

Chi sono gli altri? Come sono diventati così numerosi? Ma forse erano già tanti e io non l’avevo notato. Andavamo a farci la margherita nelle stesse pizzerie, giravamo per gli stessi centri commerciali, guardavamo le stesse partite, cantavamo le stesse canzoni. Come ho potuto non accorgermi che erano diversi? Tutti insieme eravamo la gente. Poi, d’un tratto gli altri sono cresciuti e, riversandosi nell’ampolla opposta della clessidra, mi hanno lasciato indietro, hanno trasformato me nel diverso, il fighetto minoritario, il granellino attaccato al vetro. Così ora la gente sta di là, anche se non si chiama più così, ora si chiama popolo. Come sono riusciti gli altri a diventare il popolo? (> Leggi tutto)

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Joseph E. Stiglitz, giugno 2018, Si può salvare l'euro?, (> leggi)

 

PUBBLICAZIONI

Sviluppo economico e beni comuni nelle aree urbane e metropolitane

 di Giovanni Cafiero, 2018

Le grandi aree urbane e metropolitane sono i luoghi dove i problemi di sostenibilità ambientale e inclusione sociale si manifestano in modo più rapido, acuto, ampio.

Allo stesso tempo, tali aree sono, o dovrebbero essere, luoghi dove l’intensità degli scambi, degli incontri, della concentrazione di competenze conducono alla ideazione e sperimentazione di innovazioni culturali, sociali, scientifiche e tecnologiche che a questi stessi problemi debbono dare una soluzione.

La centralità del tema urbano e la necessità di un maggiore protagonismo delle città nella soluzione dei problemi sono alla base di iniziative come L'agenda urbana dell'UE, avviata per coinvolgere le città nella concezione delle politiche dell'UE.

Tenendo conto delle priorità per la Strategia Europea 2020 per una crescita smart, sostenibile e inclusiva l’elenco dei temi di base comprende: Inclusione di migranti e rifugiati, qualità dell’aria, povertà urbana, politiche per la casa, economia circolare, lavoro e competenze nell’economia locale, adattamenti climatici e infrastrutture verdi, transizione energetica, uso sostenibile del suolo e soluzioni basate sulla natura e gli ecosistemi, mobilità urbana, transizione digitale. (> leggi tutto)


 

l futuro di una delusione. La parabola delle regioni in Italia

di Francesco Saponaro, 2018

Scriveva Carlo Donolo: “Vale la regola per cui a livello di politica ci sono soluzioni retoriche, come poi anche solo successi degli interventi; mentre a livello delle politiche le soluzioni sono impervie e i fallimenti numerosi”.

Secondo Federico Caffè: “Il riformista è ben consapevole di essere costantemente deriso da chi prospetta future palingenesi, soprattutto per il fatto che queste sono vaghe, dai contorni indefiniti, e si riassumono, generalmente, in una formula che non si sa bene cosa voglia dire, ma che ha il pregio di un magico effetto di richiamo. La derisione è giustificata, in quanto il riformista non fa che ritessere una tela che altri sistematicamente distruggono ...... Essendo generalmente uomo di buone letture, il riformista conosce perfettamente quali lontane radici abbia l’ostilità ad ogni intervento mirante a creare istituzioni che possano migliorare le cose”

Invece Luigi Einaudi: “L’utilità collettiva è un concetto molto vago, nel quale si può far entrare molta merce di contrabbando”

E infine Francesco Tullio Altan: “Scusi lei è federalista?Si, da più di mezz’ora!”

 (> leggi tutto)

 

Riflessione sui cambiamenti climatici tra scienza filosofia e politica

di Vincenzo Artale, 2017

I cambiamenti climatici non sono solo un complesso problema fisico, ma anche un complesso, problema sociale, economico e filosofico tra incertezza e necessità di progettare un futuro che salvaguardi la natura umana e l'ambiente che ci circonda. La tecnologia, declinata nel senso piu ampio, può essere favorevole a produrre nuove prospettive mai esplorate in precedenza. Si discute la difficoltà di realizzare concretamente questo obiettivo, a partire dalla complessità del problema scientifico che abbiamo di fronte e delle difficolta di accettazione delle future regole di convivenza, che dovranno essere necessariamente basate su nuovi paradigmi di comportamento di tutti gli attori che recitano sul palcoscenico dell'umana società. > leggi tutto

 

Parigi: una nuova governance per il cambiamento climatico

di Toni Federico su "Parole chiave", dicembre 2016

C’è una crisi climatica in atto che mette in seria discussione l’equilibrio ecologico del pianeta e lo stesso sviluppo economico e sociale così come lo conosciamo. La base scientifica del cambiamento climatico è piuttosto evidente, al di là di ogni inutile polemica: pompando in atmosfera gas serra oltre la resilienza dell’ecosistema atmosfera-oceano, cambiano i flussi di energia riemessi dalla terra che si scalda in misura proporzionale all’aumento dello stock atmosferico di gas ad effetto serra. A Parigi, nel Dicembre 2015, al culmine di un quarto di secolo di trattative in un quadro di governance globale piuttosto incerta, si è finalmente trovato un Accordo in base al quale l’aumento della temperatura media terrestre dovrebbe stare ben al di sotto dei 2° C di anomalia rispetto al periodo preindustriale. (> leggi tutto su Parole chiave n°56")

 

World Social Science Report

Changing global environments

OECD, UNESCO, International Social Science Council, 2013

Il Rapporto confronta i cambiamenti ambientali globali, un fenomeno che racchiude tutti i cambiamenti avvenuti sulla terra e negli oceani, atmosfera e criosfera. Molti di questi cambiamenti sono antropogenici come il consumo di combustibili fossili, la deforestazione, l’intensificazione agricola, l’urbanizzazione, lo sfruttamento eccessivo della pesca e la produzione di rifiuti. Il cambiamento ambientale globale più drammatico è il cambiamento climatico, una delle maggiori sfide globali. Queste sfide sono intimamente connesse
con la produzione e consumo, la crescita demografica, la globalizzazione socioeconomica e culturale, e i modelli diffusi di disuguaglianza. Insieme comprendono una caratteristica importante della vita contemporanea.

I cambiamenti ambientali globali hanno gravi conseguenze per il benessere e la sicurezza delle persone in tutto il mondo Molti già riconoscono l'urgenza dei cambiamenti ambientali mentre interagiscono con altre crisi sociali, economiche e politiche. La povertà, la disuguaglianza e il malcontento socio- politico creano vulnerabilità disomogenee e opzioni diseguali per la risposta al cambiamento ambientale. La sfida che la società deve affrontare è garantire un mondo sostenibile attraverso risposte efficaci ai processi di interazione del cambiamento ambientale e sociale. (> scarica il Rapporto)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SEDE: via Sant'Anselmo 14, 00153 Roma,   tel. 06 5744570   

Segreteria Marta Donolo, marta.donolo@gmail.com,  tel. +39 334 36163

 Coordinamento: Toni Federico,federico@susdef.it,   tel. +39 335 6795436